Un’amica mi chiama al cellulare, altri lo commentano su Facebook, al tavolo vicino ne parlano, insomma, forse ci serviva uno show per risvegliare interesse e partecipazione. Parliamone dunque. Certo, un bel no alla violenza. Ma ricordiamoci esistono due tipologie di violenza, quella diretta e quella strutturale: se soffi sul fuoco di quest’ultima la prima divampa inesorabilmente. Spegniamo dunque l’una e l’altra. Perché questo gesto non va considerato come un caso isolato, sebbene no vi siano dietrologie possibili che facciano del premier un martire scampato messianicamente agli attacchi delle forze del male che avrebbero poi legittimato più o meno sottili repressioni: pare essere scoppiata la tensione superficiale che manteneva la bolla di lamentela e sostanziale indifferenza che ingabbia l’addormentata società italiana. Il malessere ribolle, e nei soggetti più deboli irrompe in gesti impulsivi e folli. L’ultimo canale di espressione del malumore ha portato a Roma centinaia di migliaia di cittadini attenti e delusi. Modi diversi, l’uno irrazionale, l’altro democratico. Vogliamo bene al nostro lider e desideriamo evitare simili attentati? Diamo sfogo alla nostra rabbia, perché l’indignazione è buon senso, in modo serio e nonviolento. Cosi davvero il potere perderà la faccia!
Il potere perde la faccia
Dicembre 14, 2009 di davarrivano i volontari per la sicurezza
Dicembre 9, 2009 di davLeggo su Repubblica: “piedi o in bicicletta. “Armati” di cellulare. Il loro compito: “Vedere, osservare, riferire”. Sono i volontari della sicurezza che da stasera inizieranno la loro opera di pattugliamento nel quartiere San Leonardo” e penso che ho speso anni nel volontariato (sociale aggiungerei, ma è un pleonasmo) e mi rammarico di dover cedere anche questo termine. Al di là della non credo casuale confusione semantica vedere le ronde e poi magari l’esercito nella mia città non mi rende affatto più sicuro (mi bastava fidarmi con prudenza delle forze di polizia), ma mi risveglia ricordi storici finiti assai male e situazioni viste dal vero in anni, come dicevo, di volontariato non violento (dove questa parola aveva un significato etico di diversa implicazione) in zone di conflitto. Ora sono tornato in Italia e vedo che il conflitto è sotto casa e ancora crediamo che il militarismo (e le sue ridicole varianti) sia una soluzione possibile e sicura.
scienze per la pace
Novembre 21, 2009 di dav(A Milano non ho incontrato milanesi, per fortuna, visto che mentre questi chiusi nelle loro auto strombazzano clacson smargiassi, gli immigrati sono stati gentilissimi nel dare indicazioni a uno smarrito ciclista, considerando che non solo la città non è stata pensata per le biciclette, meglio dire piuttosto che è impensabile per le bici, nemmeno intorno alle altisonanti aule museo d’arte moderna della Bocconi vi sono le grate per parcheggiarle!)
La fondazione Umberto Veronesi organizza una conferenza mondiale di “Scienze per la pace”. Ci si aspetterebbe dunque un approfondimento sul rapporto foucaultiano sapere-potere in una prospettiva autocritica e dialettica. Probabilmente invece è stato affrontato previamente dagli invitati che, già d’accordo in linea di principio, hanno approfittato dell’occasione mondana per una vetrina autoreferenziale. Un pout-pourrri simil pacifista.
Si inizia, dopo il classico saluto delle autorità, con un riconoscimento ad un’idea di Edward Said che ha dato vita a un progetto musicale congiunto tra Israeliani e Palestinesi, dove però il direttore asserisce candidamente che i primi mirano alla sicurezza, i secondi parlando di giustizia ed hanno ragione entrambi.
Negli interventi successivi si confonde la scienza con la conoscenza (esistono infatti saperi non scientifici), si prende come assunto la neutralità della scienza, non si considera la variabile del potere, non si propone, sull’onda di Morin, nessuna integrazione delle diverse discipline: la scienza come linguaggio universale, come la musica appunto. Ecco riassunta l’idea su cui si fonda l’evento di oggi.
Ma veniamo alla tavola rotonda (piuttosto magistrale in realtà, senza alcuno spazio per domande dal pubblico), incentrata, stando al programma, sui corpi nonviolenti nelle missioni di peacekeeping. Modera un generale dell’esercito italiano che denuncia la politicizzazione e l’ideologizzazione delle ONG, mentre auspica un’integrazione sul campo tra gli interventi non armati e gli eserciti. Segue un rappresentate delle Nazioni Unite che propone di investire in ricerca militare per disarmare le parti in lotta, sperando di trovare armi non violente. Chiude il giro il presidente della commissione italiana dell’Unesco in un discorso sicuramente molto applaudito, dai toni piuttosto populisti.
Un’occasione sprecata o un tentativo, magari inconsapevole, di fagocitare e straniare le parole della pace, svuotando di senso attraverso la mancanza di chiarezza la stessa parola nonviolenza?
querido príncipe Mishkin
Novembre 18, 2009 di davY de nuevo el silencio inmutable donde se pierden nuestras huellas… !cuidese mucho!
ripartire dall’Italia: comunità resistenti in cammino
Novembre 12, 2009 di davMi muovo grazie ai miei due piedi. Passo dopo passo mi hanno portato in tanti posti diversi. Appoggio gli scarponi consumati e puzzolenti su di una sedia e noto che da ogni piede si dipana una radice, a sua volta ben ramificata; ciascuna terminazione tocca una relazione a me cara. Una radice è ben salda in Italia. L’altra è con i compagni dell’Operazione Colomba e la comunità resistente di Tuwani. Sono parte di me. Mi nutrono e a loro dedico il mio modesto impegno. Voglio essere capace di prendermi cura di entrambe, di innaffiarle e rispettarle affinché crescano nuovi butti. In questo momento tuttavia ho deciso di ripartire proprio dall’Italia, quest’Italia malata che, dietro le notizie dei tigì, nasconde storie di persone che soffrono impensate marginalità, scempio dei valori partigiani della nostra costituzione. Al tempo stesso, ben oltre l’indifferenza e la facile polemica, scopro una vitalità solo apparentemente sopita, viva speranza di una resistenza che sappia vincere ancora una volta e rifondare un paese alla deriva. Vengono i brividi a considerare quali fenomeni stanno popolando il nostro tessuto sociale disgregato da un odio persino banale ed un’ignoranza crassa in cui crogioliamo i luoghi comuni. Questa volta non posso nascondermi dietro le differenze culturali, ne la certezza di un biglietto di ritorno o il salvacondotto di un passaporto straniero. Questa è l’Italia, la mia terra. Urge un’etica della responsabilità. Azione. I piedi si rimettono in cammino. Come le radici, due sono i motivi: occorre ripensare criticamente il ruolo che l’Italia e l’Europa giocano nel mantenere il conflitto Israelo-Palestinese e nel legittimare le violenze dell’uno ed il vittimismo dell’altro; d’altra parte sarebbe ipocrita sputare sentenze sull’aparthaid di Israele quando il razzismo imperversa qui nelle nostre strade. Insomma, si tratta di abbandonare la logica del “noi che siamo buoni veniamo a darvi una mano a costruire la pace”, per cominciare “noi comunità resistenti e nonviolente, tanto in Palestina quanto in Israele e in Italia, noi gente del buon senso e non del senso comune, noi amici della nonviolenza, noi costruttori di pace, noi cittadini ci uniamo e sosteniamo solidalmente per un cambio sociale verso una realtà di pace e giustizia nei rispettivi paesi”.
Ai caduti ed ai vivi… la lotta continua
Settembre 21, 2009 di davA chi pensava che la guerra fosse un affare che riguardava gli altri, a chi pensava che Dio fosse dalla parte dei buoni impegnati nelle guerre giuste, a chi credeva davvero che la guerra fosse umanitaria e chirurgica, a chi riteneva che le guerre si vincessero opponendo alla violenza la forza delle armi e che la pace si costruisse con gli eserciti, a chi si accorge della verità solo quando muore un connazionale, a chi sostiene che la sicurezza sia una questione di difesa, a questi il peso delle bare.
La guerra: sta succedendo. Reagire con indignazione è un dovere etico. Ma la via della pace passa per la forza della nonviolenza. Non si può pulire alcunché con l’acqua sporca. E, per cortesia, non giustifichiamo l’interventismo armato con il dovere di rispettare i Diritti Umani, prassi calpestata proprio a casa nostra, sotto i nostri occhi.
Non si tratta di entrare nel dibattito politico sul ritiro delle truppe, quanto di avere il coraggio di trasformare la strategia europea all’estero, realizzando con coerenza quei valori affermati nelle Costituzioni, di cui si fanno impropriamente vanto i politici, e in cui amiamo identificarci. La libertà. La democrazia. La pace.
Ramadan e digiuno nonviolento
Settembre 20, 2009 di davIn questo periodo di Ramadan si è reso opportuno ragionare sul senso del digiuno, una pratica che le tre religioni monoteiste, che hanno un loro centro proprio qui nella vicina città di Gerusalemme, consigliano in vari momenti dell’anno secondo il proprio credo. Ma anche Gandhi, peraltro strettamente vegetariano, considerava il digiuno un momento importante nella cura di sé, come momento di purificazione ed espiazione, ed al tempo stesso come strumento di azione politica. Non si tratta dunque di una superstizione antica che i più sprezzanti tra i nuovi razzisti, che in Italia rialzano la voce, deridono, protetti da figure istituzionali che fanno ben capire cosa pensino delle altre religioni (si pensi al caso della maglietta con le vignette danesi mostrata in diretta televisiva da un nostro ministro), ma di una pratica dalle sfumature spirituali e politiche con cui, come allievi ed amici della nonviolenza, dobbiamo confrontarci.
Ho anzitutto l’impressione che, sulla scia della tradizione religiosa mussulmana, i credenti arabi, etichetta imprecisa ma che rispecchia la maggioranza degli abitanti del villaggio, si mescolano la fatica ed il senso di sacrificio che questo cambio di abitudini alimentari impone, ricordiamo che è vietato bere e mangiare dall’alba al tramonto, eccezion fatta per malati, gravidanze e bambini in età prescolare, con un senso di festa che accompagna tutto il mese lunare che segna questo periodo. Gioia che nasce probabilmente dalla battaglia interiore che il credente porta avanti contro le proprie tentazioni davanti all’autorità di Dio, e al rafforzamento delle relazioni comunitarie durante gli anelati pasti serali in cui non si riunisce solo la famiglia, ma parenti e vicini invitati a rompere il digiuno con menù spesso ricchi di carne e deliziosi dolci tipici.
Sento di dover aprire qui una parentesi per fissare il ricordo dei piatti di riso arrotolato in foglie di vite con carne di montone che A., vegetariana, lasciò a me il compito di finire per non far la figura di quelli che non apprezzano, o i tortini di pasta di cui son pieni i banconi improvvisati dei venditori di Yatta, che abbiamo mangiato, con un po’ di disgusto, crudi, capendo solo l’indomani che andavano riempiti di datteri e zucchero e quindi fritti in padella, o, infine, il lusso di condividere una bottiglia di cola, una Royal Crown, marca presente in Palestina dal 1901, recita l’etichetta, che il padrone di casa, anzi della grotta in cui vive con la sua famiglia, ci offre, segretamente diluita con l’acqua del pozzo per farne bastare per tutti, bambini ed ospiti, in un gesto semplice, ma, ai miei occhi almeno, cosi preciso, aggraziato e simbolico della dignità di una povertà che non dimentica mai il sacro dovere dell’accoglienza. E poi arriva la festa finale, scuole chiuse, greggi nell’ovile, e famiglie in visita da parenti ed amici per tutto il giorno, ingurgitando grandi quantità di prelibatezze dolci e salate, sino all’esaurimento di orecchie e stomaco. I più fortunati hanno un permesso di Israele per recarsi a pregare nella moschea di Gerusalemme.
Ciò che abbiamo notato, non senza un certo fastidio, è stata l’insistenza con cui diverse persone, specialmente i bambini, e, per certo, alcuni sconosciuti incontrati per caso sull’autobus, vogliono sapere se aderisci o meno al digiuno, disprezzando o meno la tua scelta, senza fermarsi a considerare il fatto che, in quanto cristiani, o atei (concetto molto difficile da spiegare qui), non si è tenuti a farlo. Altra cosa è l’attenzione nel non bere o mangiare sfacciatamente davanti a chi si sta faticosamente trattenendo da questo naturale impulso, per rispetto delle scelte altrui. Ma il rispetto dovrebbe essere reciproco. Non tutti utilizzano la propria agilità mentale per comprendere le ragioni degli altri. In questo siamo molto simili.
Eppure, come accennavo, la pratica del digiuno ha un senso anche considerata al di fuori delle tradizioni religiose: il filosofo italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, in una lettera in cui risponde a Danilo Dolci, ci ricorda il suo esempio ed alcune precisazioni. Danilo aveva cominciato un digiuno come espressione spontanea della propria indignazione nel vedere un neonato del villaggio siciliano in cui si era trasferito morire di fame tra le proprie braccia. Quel gesto divenne in breve l’occasione per smuovere i potenti della regione di fronte alla calamità del degrado in cui versava una parte dimenticata della popolazione della Sicilia del dopoguerra. Capitini, promotore della prima marcia per la pace Perugia-Assisi, pensa al digiuno come un atto dovuto di unione d’amore con il “tu”, con la persona dell’altro. Si tratta di un’unione simbolica che vincola la rinuncia con la mancanza, mettendo in comunicazione relazionale chi digiuna e chi soffre la fame. In questo senso i pochi giorni in cui abbiamo aderito alle tradizioni locali, spinti non dal dovere religioso, quanto dal principio della condivisione, sono serviti a rafforzare il legame con il popolo palestinese di cui rispettiamo e sosteniamo quotidianamente la resistenza nonviolenta all’occupazione militare israeliana. È un messaggio silenzioso che vorrebbe dire “stiamo affrontando questa fatica insieme”, uno sforzo di empatia per cui “la tua fatica è la mia”.
Eppure, ricorda Capitini all’esuberante Danilo, non possiamo permetterci, come attivisti in una lotta nonviolenta che richiede, e non ne è mai sazia, il nostro massimo impegno, di indebolire il corpo mentre prestiamo un servizio sociale. Da questo invito alla prudenza, abbiamo optato, anche nei giorni di digiuno, per l’assunzione di liquidi, per far fronte alle ore di lavoro qui alle porte del deserto. Il mese di Ramadan infatti cade ogni anno in un periodo diverso dell’anno, spostandosi ogni volta di una manciata di giorni. In questi anni sta percorrendo a ritroso l’estate, e la mancanza d’acqua non è compatibile con le forze necessarie per lavorare in regioni cosi calde. La logica del digiuno non coincide affatto con l’idea di sacrificio e martirio che ci insegna una certa tradizione cristiana.
Il bilancio di questo modesto esperimento nonviolento è quindi positivo, considerando i momenti di condivisione passati insieme agli abitanti del villaggio e l’occasione che abbiamo avuto di riflettere concretamente sulla pratica del digiuno. Oggi termina il Ramadan ed è giorno di festa: come il digiuno non è stato prerogativa di alcuni, ma condivisione fra tutti, anche questa è ora per tutti.
PS: Per celebrare questa festa oggi si è presentata la prima pioggia, un annuncio sussurrato del prossimo inverno, poche gocce clandestine che emanano l’odore della terra, o forse è la terra a sciogliersi nel profumo di bagnato.
La violenza allo specchio
Settembre 20, 2009 di davLa violenza allo specchio. È uscito il rapporto Goldston, commissionato dalle Nazioni Unite per fare chiarezza su quanto accaduto all’inizio di quest’anno nella Striscia di Gaza, per chi non si accontentasse dei servizi giornalistici svolti da vari chilometri di distanza e cerchi un parere obiettivo e rigoroso su quei tragici fatti. Il rapporto è preciso e chiaro. Eppure alcuni giornali hanno titolato riferendosi alle responsabilità di Israele e dei gruppi armati palestinesi come fossero l’uno la causa dell’altro, come un serpente che morde la propria coda, come se la colpa dell’uno annullasse quella dell’altro, anche se le vittime alla fine non appartengono a nessuno dei due bandi, ma son solo civili, solo donne, solo padri, solo bambini, solo persone, e hai voglia di fronte a quei cadaveri appioppare l’etichetta di terroristi agli uni, o, con coraggio, agli altri. Quanto successo a Gaza non lo puoi chiudere dietro il muro che la circonda, ma pare invece dissolversi contro il muro dei miti che legittimano la violenza o, al peggio, la dimenticano e la ignorano, indifferenti. Uno di questi miti, forse costruito all’uopo da un’ideologia precisa, forse emerso da qualche dinamica sociale ancora da studiare, cerca di imporre un parallelismo tra quanto accade nei Territori Occupati Palestinesi, come se questo nome non bastasse a chiarire la situazione, ed Israele. Quasi che l’organizzazione formalmente democratica dello Stato d’Israele concedesse proroghe al rispetto dei Diritti Umani fondamentali. D’altronde l’idea non è prerogativa di questi luoghi: anche in Occidente si è imposta l’idea che, di fronte a certi casi, in nome di certi valori, della sicurezza ad esempio, i diritti non siano più inalienabili, ma comodamente parcheggiabili. L’unico parallelismo accettabile è quello umanista che equipara un morto ad un morto, una lacrima ad una lacrima, per cui ogni dolore è sofferto in ugual misura da chi lo subisce, ogni morte è inaccettabile. Eppure questo ragionamento viene usato come un paravento, poiché sotto il peso del valore di ogni vita umana appiattisce ogni spiegazione e schiaccia ogni tentativo di comprensione.
Contro il mito del parallelismo, potremmo pensare nei termini di una specularità inversa. La violenza dei gruppi armati palestinesi si specchia nel potente apparato militare israeliano, si vede brutta e povera e si da un gran da fare per avere armi più potenti, militanti più valorosi, pronti a dare la vita, effetti più disastrosi. La violenza di Israele si guarda allo specchio, si vede bella e fatale, si compiace di sé e continua ad uscire la sera; a volte poi si trucca per poter apparire giusta e buona nell’alta società dei circoli dei paesi occidentali. L’una specchio dell’altra.
Inversa se guardiamo i termini ed i loro riflessi che stanno di qua e di là dal confine liscio dello specchio: nelle colonie israeliane si costruisce, nel vicino villaggio palestinese si demoliscono le case; da un lato si stendono strade che collegano le colonie, dall’altro si ergono muri che separano villaggi e famiglie; qui si espande, là si contrae; e le coppie dicotomiche continuano con esigere/reclamare, attaccare/difendere,… Nella situazione concreta qui a sud di Hebron potremmo aggiungere il buio di un villaggio senza luce elettrica e l’illuminazione della bypass road che porta alla colonia (percorribile solo da auto con targa israeliana). Oppure il controllo di militari e polizia su quanto accade nel villaggio trasparente, contro il mistero protetto da reti metalliche e gli alberi del bosco che sottraggono alla curiosità cosa si celi nell’insediamento israeliano, dove infatti nessuno può entrare; da un lato si ricorre all’esercito israeliano per affermare un divino diritto alle terre, dall’altro ai corpi nonviolenti di pace per proteggere campi coltivati da generazioni e pascoli semiaridi, ma di vitale importanza per la cultura rurale palestinese.
Insomma, una specularità che non riflette l’immagine capovolta dell’atto violento, ma l’asimmetria delle relazioni di potere. Altri miti proteggono questa falsa visione: lo specchio si può infrangere senza paura di incorrere in anni di sfortuna; possiamo vincere i miti che limitano la la nostra comprensione e legittimano la violenza. Occorre però rinunciare alle comodità che ci offre il buonismo di chi accoglie una generica via di mezzo: si tratta di sostituire all’equidistanza, l’equivicinanza. Ciò che vedremmo se guardassimo lo specchio non è il virtuale di cui ci parlano le news, ma la cruda realtà delle persone che vivono sotto un’occupazione militare; anzi, se davvero avessimo il coraggio di mirare lo specchio vedremmo noi stessi. Nessun mostro si nasconde dietro lo specchio, in qualsiasi direzione lo si guardi, ma solo il nostro sistema di violenza dei forti ed indifferenza dei più, che assume, qui alle porte del Medio Oriente, una delle sue più vergognose e violente facce. Guardare la Palestina negli occhi significa incontrare l’altro più temuto, la cultura araba e la religione mussulmana, e trattarlo da uguale. Guardare Israele negli occhi significa rielaborare le nostre colpe e poter dire basta alla violenza, indipendentemente dai fini con cui la si decora o dalle fonti su cui si tenta di giustificarla. Alcuni piani di pace hanno colpevolmente dimenticato di prendere in considerazione e dirigersi ad una delle due parti; altri invece lo hanno fatto, richiedendo il medesimo sforzo, o addirittura il primo passo, a chi, nel modello di conflitto pensato da Pat Patfoort, si trova nella situazione minore. Al di là dello specchio ci sono responsabilità precise ed asimmetriche, forse addirittura inequiparabili. La giustizia non è uno schiacciassi, ma un insieme di valori e principi che si configurano e realizzano dentro precisi contesti e dinamiche. Non si tratta di adottare “due pesi e due misure”, ma di rendersi conto della complessità della situazione, fatta di precise differenze. Sulla base di questa considerazione, credo dovremmo chiedere di più, anzi esigere, ad un paese come Israele il rispetto effettivo dei Diritti Umani, la conquista più preziosa del secolo scorso, martoriato da Guerre Mondiali, fredde, umanitarie, di tutti i tipi, patrimonio dell’umanità, dovere di tutti, ognuno a modo suo chiamato alla loro realizzazione. Non possiamo accettare scuse infantili, “è stato prima lui”: riguardo all’implementazione dei Diritti Umani fondamentali vorremmo sentire “son stato prima io”!
parole e fatti
Settembre 17, 2009 di davA differenza delle retoriche e vuote parole dei politici nostrani, o quelle di Obama, begli addobbi spenti dalla realtà che Israele di fatto impone sul campo, quelle del primo ministro israeliano non sono rimaste lettera morta, memoria di qualche articolo di giornale. Le sfumature con cui svuota nell’arena politica le proposte di pace, si concretizzano davanti ai miei occhi nei giorni successivi al suo annuncio sulla politica decisa per i Territori Occupati Palestinesi. Nella colonia di Ma’on, illegale secondo il diritto internazionale, di fronte al villaggio di Tuwani, molti nuovi container bianchi, come quelli per i terremotati d’Abruzzo, vengono collocati su basamenti di cemento, mentre nel contiguo avamposto, illegale anche secondo la stessa legge israeliana, si intravedono tra gli alberi i tetti di lamiera luccicanti di nuove costruzioni. Nella collina di fronte agli insediamenti, al lato del villaggio palestinese, alcuni contadini hanno eretto casupole di blocchi di cemento, alcune con un telo di plastica come tetto. Pochi giorni fa le autorità israeliane che hanno il controllo militare e civile sulle zone di area C in cui sono divisi i Territori Occupati Palestinesi, hanno consegnato gli ordini di demolizione a queste costruzioni considerate abusive perché prive del permesso edilizio non concesso dallo stesso Israele. A partire da questo momento potrebbe comparire in qualsiasi instante un bulldozer per demolire le case. Un chiaro esempio, se ce ne fosse altro bisogno oltre all’evidente e già vista strategia di due pesi e due misure, della relazione tra l’arroganza delle colonie israeliane e l’ingiustizia sui villaggi palestinesi in Cisgiordania, lo troviamo a soli sette chilometri da qui, a Susya. La polizia israeliana ha deciso stavolta di far rispettare la legge e sgombera due container che i coloni avevano piazzato ben oltre i confini che, sempre secondo la polizia, spetterebbe loro. Ricordiamoci però che in realtà stiamo parlando sempre di Cisgiordania, ovvero di campi appartenenti alle famiglie palestinesi. Nel pomeriggio i coloni arrabbiati per non aver potuto dettare legge anche stavolta, e ritenendo colpevoli di abitare le proprie terre i contadini palestinesi dell’omonimo villaggio di Susya, decidono di attaccare con pugni e spranghe ferendo 12 palestinesi, di cui uno in modo grave. Ritornata una calma apparente, mentre i volontari internazionali passano la notte ospiti delle famiglie vittime dell’aggressione ed i militari israeliani presidiano la zona, i coloni ricostruiscono un prefabbricato ancor più grand proprio dove erano stati evacuati poche ore prima. Il capofamiglia non prende sonno, preoccupato per altri possibili attacchi, e veglia tutta la notte sulla sua famiglia, scorgendo poco lontano i coloni al lavoro, occupando altre terre. La politica d’occupazione è una realtà di fatto che ogni giorno sottrae illegalmente terreni ai palestinesi all’interno della Cisgiordania; le colonie si espandono e coloni e soldati allontanano i contadini palestinesi dalle terre che coltivano o in cui pascolano le proprie greggi. Quale pace potrà mai preparare questa sconsiderata, ingiusta e violenta politica di Israele?
agosto.. l’estate sta finendo
Settembre 6, 2009 di davAgosto, niente vacanze, ma una bella festa che chiude il campo estivo 2009, animato dai volontari della Colomba, tra giocolieri, pagliacci e la tradizionale danza della “dabke”. Il primo giorno del mese pero’ la scorta militare non e’ arrivata e i bambini del villaggio di Tuba, pronti per la festa finale, hanno dovuto intraprendere un percorso di oltre un’ora a piedi per arrivare alla scuola di Tuwani e durante il tragitto sono stati attaccati da un colono ed i suoi figli che urlavano minacce ed offese, lanciando alcune pietre contro il gruppo scortato dagli internazionali. Speriamo che a settembre, con il nuovo anno scolastico, la situazione sia più tranquilla e sicura.
Intanto al villaggio la polizia israeliana ha fermato i lavori di alcune nuove abitazioni ed ha consegnato l’ordine di demolizione contro i piloni che dovrebbero portare la luce elettrica a Tuwani, come promesso anche da Tony Blair, in visita pochi mesi prima nella zona. Eppure, quando una mattina alcuni bulldozer dell’esercito attendevano ordini di fronte ai pali della luce, le speranze hanno cominciato ad affievolirsi.
Un bulldozer ha invece già distrutto la strada sterrata che da Tuwani porta a sud, creando tre blocchi di terra e pietre che hanno di fatto isolato diversi villaggi, i quali, come amaramente constatato anche dalle Nazioni Unite, non possono più raggiungere ne la scuola, ne i centri sanitari della zona.
Tra le buone notizie, il 2 agosto la polizia ha rilasciato un pastore palestinese, arrestato per avere portato al pascolo le greggi sulle terre della propria famiglia troppo vicine all’avamposto israeliano. Il 24 agosto poi, dopo oltre un mese di detenzione preventiva, anche un altro abitante del villaggio ha potuto riabbracciare la propria famiglia, dopo un’esosa cauzione solo per aver dimostrato in modo nonviolento contro ingiusti ordini delle forze di occupazione israeliane.
Diverse delegazioni italiane son venute a conoscere la situazione sul posto e ad incontrare gli abitanti di Tuwani, incuriositi dalla coraggiosa scelta nonviolenta del villaggio, come gli amici di Pax Christi.
Il 10 agosto, le stelle cadenti di S.Lorenzo, viste dal villaggio di Tuba, dove ogni settimana i volontari della Colomba e del CPT passano alcune notti, sono state fantastiche. Eppure i desideri di pace tardano ad avverarsi da queste parti: un chiaro esempio l’hanno vissuto sulla propria pelle i pastori palestinesi ed i volontari che li accompagnavano quando hanno dovuto interporsi di fronte ad un colono armato che riteneva tutti i presenti degli “animali”. Nonostante poi il video girato dagli internazionali chiarisse la dinamica di quanto accaduto, la polizia ha arrestato, per colmo, proprio il pastore palestinese, fortunatamente rilasciato poche ore dopo. Come per i casi in cui si decide di sporgere denuncia, anche le deposizioni dei testimoni sono state rilasciate al commissariato israeliano della colonia di Kiryat Arba, di fianco alla parte occupata di Hebron.
In ogni caso e’ successo almeno tre volte durante il mese di agosto che i coloni tirassero pietre, a volte con la fionda, a palestinesi e volontari. Un’altra volta un colono, nella furia di scacciare i palestinesi dalle vicinanze dell’insediamento israeliano, ha spinto a terra una donna palestinese. Altri invece, sotto lo sguardo dell’esercito, hanno preso misure sulla collina di fronte a Tuba, facendo temere una prossima estensione della colonia di Ma’on.
L’esercito infatti non esita ad avvallare di fatto le pretese ideologiche dei coloni, scacciando, con la forza delle armi e della legge dalla propria parte, i palestinesi dalle loro terre, oppure istituendo frequenti checkpoint. Ad uno di questi, alle pendici della collina su cui sorge Tuwani, un soldato irrequieto ha prima lanciato una pietra ad un palestinese alla guida del proprio trattore, quindi gli ha puntato contro il fucile, solo per non essere stato, secondo lui, adeguatamente salutato. L’arbitrarietà e la violenza hanno fatto ancora una volta da padrone.
Il 22 agosto e’ cominciato il tradizionale mese di Ramadan che, nonostante il faticoso digiuno da cibo ed acqua durante il giorno, rappresenta per la religione musulmana una vera festa. Nella storia della nonviolenza il digiuno e’ una pratica che contribuisce alla costruzione della pace: speriamo dunque che anche questo possa, anche simbolicamente, aiutare chi si impegna in questo cammino a fare un altro passo in avanti.
Un abbraccio a Francesco, ritornato alle natie osterie dell’Appenino tosco-emiliano dopo tre intensi mesi qui in Palestina, e a Corrado, che, come ogni anno, ha deciso di passare le proprie ferie a fianco delle persone di Tuwani.