In questo periodo di Ramadan si è reso opportuno ragionare sul senso del digiuno, una pratica che le tre religioni monoteiste, che hanno un loro centro proprio qui nella vicina città di Gerusalemme, consigliano in vari momenti dell’anno secondo il proprio credo. Ma anche Gandhi, peraltro strettamente vegetariano, considerava il digiuno un momento importante nella cura di sé, come momento di purificazione ed espiazione, ed al tempo stesso come strumento di azione politica. Non si tratta dunque di una superstizione antica che i più sprezzanti tra i nuovi razzisti, che in Italia rialzano la voce, deridono, protetti da figure istituzionali che fanno ben capire cosa pensino delle altre religioni (si pensi al caso della maglietta con le vignette danesi mostrata in diretta televisiva da un nostro ministro), ma di una pratica dalle sfumature spirituali e politiche con cui, come allievi ed amici della nonviolenza, dobbiamo confrontarci.
Ho anzitutto l’impressione che, sulla scia della tradizione religiosa mussulmana, i credenti arabi, etichetta imprecisa ma che rispecchia la maggioranza degli abitanti del villaggio, si mescolano la fatica ed il senso di sacrificio che questo cambio di abitudini alimentari impone, ricordiamo che è vietato bere e mangiare dall’alba al tramonto, eccezion fatta per malati, gravidanze e bambini in età prescolare, con un senso di festa che accompagna tutto il mese lunare che segna questo periodo. Gioia che nasce probabilmente dalla battaglia interiore che il credente porta avanti contro le proprie tentazioni davanti all’autorità di Dio, e al rafforzamento delle relazioni comunitarie durante gli anelati pasti serali in cui non si riunisce solo la famiglia, ma parenti e vicini invitati a rompere il digiuno con menù spesso ricchi di carne e deliziosi dolci tipici.
Sento di dover aprire qui una parentesi per fissare il ricordo dei piatti di riso arrotolato in foglie di vite con carne di montone che A., vegetariana, lasciò a me il compito di finire per non far la figura di quelli che non apprezzano, o i tortini di pasta di cui son pieni i banconi improvvisati dei venditori di Yatta, che abbiamo mangiato, con un po’ di disgusto, crudi, capendo solo l’indomani che andavano riempiti di datteri e zucchero e quindi fritti in padella, o, infine, il lusso di condividere una bottiglia di cola, una Royal Crown, marca presente in Palestina dal 1901, recita l’etichetta, che il padrone di casa, anzi della grotta in cui vive con la sua famiglia, ci offre, segretamente diluita con l’acqua del pozzo per farne bastare per tutti, bambini ed ospiti, in un gesto semplice, ma, ai miei occhi almeno, cosi preciso, aggraziato e simbolico della dignità di una povertà che non dimentica mai il sacro dovere dell’accoglienza. E poi arriva la festa finale, scuole chiuse, greggi nell’ovile, e famiglie in visita da parenti ed amici per tutto il giorno, ingurgitando grandi quantità di prelibatezze dolci e salate, sino all’esaurimento di orecchie e stomaco. I più fortunati hanno un permesso di Israele per recarsi a pregare nella moschea di Gerusalemme.
Ciò che abbiamo notato, non senza un certo fastidio, è stata l’insistenza con cui diverse persone, specialmente i bambini, e, per certo, alcuni sconosciuti incontrati per caso sull’autobus, vogliono sapere se aderisci o meno al digiuno, disprezzando o meno la tua scelta, senza fermarsi a considerare il fatto che, in quanto cristiani, o atei (concetto molto difficile da spiegare qui), non si è tenuti a farlo. Altra cosa è l’attenzione nel non bere o mangiare sfacciatamente davanti a chi si sta faticosamente trattenendo da questo naturale impulso, per rispetto delle scelte altrui. Ma il rispetto dovrebbe essere reciproco. Non tutti utilizzano la propria agilità mentale per comprendere le ragioni degli altri. In questo siamo molto simili.
Eppure, come accennavo, la pratica del digiuno ha un senso anche considerata al di fuori delle tradizioni religiose: il filosofo italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, in una lettera in cui risponde a Danilo Dolci, ci ricorda il suo esempio ed alcune precisazioni. Danilo aveva cominciato un digiuno come espressione spontanea della propria indignazione nel vedere un neonato del villaggio siciliano in cui si era trasferito morire di fame tra le proprie braccia. Quel gesto divenne in breve l’occasione per smuovere i potenti della regione di fronte alla calamità del degrado in cui versava una parte dimenticata della popolazione della Sicilia del dopoguerra. Capitini, promotore della prima marcia per la pace Perugia-Assisi, pensa al digiuno come un atto dovuto di unione d’amore con il “tu”, con la persona dell’altro. Si tratta di un’unione simbolica che vincola la rinuncia con la mancanza, mettendo in comunicazione relazionale chi digiuna e chi soffre la fame. In questo senso i pochi giorni in cui abbiamo aderito alle tradizioni locali, spinti non dal dovere religioso, quanto dal principio della condivisione, sono serviti a rafforzare il legame con il popolo palestinese di cui rispettiamo e sosteniamo quotidianamente la resistenza nonviolenta all’occupazione militare israeliana. È un messaggio silenzioso che vorrebbe dire “stiamo affrontando questa fatica insieme”, uno sforzo di empatia per cui “la tua fatica è la mia”.
Eppure, ricorda Capitini all’esuberante Danilo, non possiamo permetterci, come attivisti in una lotta nonviolenta che richiede, e non ne è mai sazia, il nostro massimo impegno, di indebolire il corpo mentre prestiamo un servizio sociale. Da questo invito alla prudenza, abbiamo optato, anche nei giorni di digiuno, per l’assunzione di liquidi, per far fronte alle ore di lavoro qui alle porte del deserto. Il mese di Ramadan infatti cade ogni anno in un periodo diverso dell’anno, spostandosi ogni volta di una manciata di giorni. In questi anni sta percorrendo a ritroso l’estate, e la mancanza d’acqua non è compatibile con le forze necessarie per lavorare in regioni cosi calde. La logica del digiuno non coincide affatto con l’idea di sacrificio e martirio che ci insegna una certa tradizione cristiana.
Il bilancio di questo modesto esperimento nonviolento è quindi positivo, considerando i momenti di condivisione passati insieme agli abitanti del villaggio e l’occasione che abbiamo avuto di riflettere concretamente sulla pratica del digiuno. Oggi termina il Ramadan ed è giorno di festa: come il digiuno non è stato prerogativa di alcuni, ma condivisione fra tutti, anche questa è ora per tutti.
PS: Per celebrare questa festa oggi si è presentata la prima pioggia, un annuncio sussurrato del prossimo inverno, poche gocce clandestine che emanano l’odore della terra, o forse è la terra a sciogliersi nel profumo di bagnato.