La violenza allo specchio

La violenza allo specchio. È uscito il rapporto Goldston, commissionato dalle Nazioni Unite per fare chiarezza su quanto accaduto all’inizio di quest’anno nella Striscia di Gaza, per chi non si accontentasse dei servizi giornalistici svolti da vari chilometri di distanza e cerchi un parere obiettivo e rigoroso su quei tragici fatti. Il rapporto è preciso e chiaro. Eppure alcuni giornali hanno titolato riferendosi alle responsabilità di Israele e dei gruppi armati palestinesi come fossero l’uno la causa dell’altro, come un serpente che morde la propria coda, come se la colpa dell’uno annullasse quella dell’altro, anche se le vittime alla fine non appartengono a nessuno dei due bandi, ma son solo civili, solo donne, solo padri, solo bambini, solo persone, e hai voglia di fronte a quei cadaveri appioppare l’etichetta di terroristi agli uni, o, con coraggio, agli altri. Quanto successo a Gaza non lo puoi chiudere dietro il muro che la circonda, ma pare invece dissolversi contro il muro dei miti che legittimano la violenza o, al peggio, la dimenticano e la ignorano, indifferenti. Uno di questi miti, forse costruito all’uopo da un’ideologia precisa, forse emerso da qualche dinamica sociale ancora da studiare, cerca di imporre un parallelismo tra quanto accade nei Territori Occupati Palestinesi, come se questo nome non bastasse a chiarire la situazione, ed Israele. Quasi che l’organizzazione formalmente democratica dello Stato d’Israele concedesse proroghe al rispetto dei Diritti Umani fondamentali. D’altronde l’idea non è prerogativa di questi luoghi: anche in Occidente si è imposta l’idea che, di fronte a certi casi, in nome di certi valori, della sicurezza ad esempio, i diritti non siano più inalienabili, ma comodamente parcheggiabili. L’unico parallelismo accettabile è quello umanista che equipara un morto ad un morto, una lacrima ad una lacrima, per cui ogni dolore è sofferto in ugual misura da chi lo subisce, ogni morte è inaccettabile. Eppure questo ragionamento viene usato come un paravento, poiché sotto il peso del valore di ogni vita umana appiattisce ogni spiegazione e schiaccia ogni tentativo di comprensione.

Contro il mito del parallelismo, potremmo pensare nei termini di una specularità inversa. La violenza dei gruppi armati palestinesi si specchia nel potente apparato militare israeliano, si vede brutta e povera e si da un gran da fare per avere armi più potenti, militanti più valorosi, pronti a dare la vita, effetti più disastrosi. La violenza di Israele si guarda allo specchio, si vede bella e fatale, si compiace di sé e continua ad uscire la sera; a volte poi si trucca per poter apparire giusta e buona nell’alta società dei circoli dei paesi occidentali. L’una specchio dell’altra.

Inversa se guardiamo i termini ed i loro riflessi che stanno di qua e di là dal confine liscio dello specchio: nelle colonie israeliane si costruisce, nel vicino villaggio palestinese si demoliscono le case; da un lato si stendono strade che collegano le colonie, dall’altro si ergono muri che separano villaggi e famiglie; qui si espande, là si contrae; e le coppie dicotomiche continuano con esigere/reclamare, attaccare/difendere,… Nella situazione concreta qui a sud di Hebron potremmo aggiungere il buio di un villaggio senza luce elettrica e l’illuminazione della bypass road che porta alla colonia (percorribile solo da auto con targa israeliana). Oppure il controllo di militari e polizia su quanto accade nel villaggio trasparente, contro il mistero protetto da reti metalliche e gli alberi del bosco che sottraggono alla curiosità cosa si celi nell’insediamento israeliano, dove infatti nessuno può entrare; da un lato si ricorre all’esercito israeliano per affermare un divino diritto alle terre, dall’altro ai corpi nonviolenti di pace per proteggere campi coltivati da generazioni e pascoli semiaridi, ma di vitale importanza per la cultura rurale palestinese.

Insomma, una specularità che non riflette l’immagine capovolta dell’atto violento, ma l’asimmetria delle relazioni di potere. Altri miti proteggono questa falsa visione: lo specchio si può infrangere senza paura di incorrere in anni di sfortuna; possiamo vincere i miti che limitano la la nostra comprensione e legittimano la violenza. Occorre però rinunciare alle comodità che ci offre il buonismo di chi accoglie una generica via di mezzo: si tratta di sostituire all’equidistanza, l’equivicinanza. Ciò che vedremmo se guardassimo lo specchio non è il virtuale di cui ci parlano le news, ma la cruda realtà delle persone che vivono sotto un’occupazione militare; anzi, se davvero avessimo il coraggio di mirare lo specchio vedremmo noi stessi. Nessun mostro si nasconde dietro lo specchio, in qualsiasi direzione lo si guardi, ma solo il nostro sistema di violenza dei forti ed indifferenza dei più, che assume, qui alle porte del Medio Oriente, una delle sue più vergognose e violente facce. Guardare la Palestina negli occhi significa incontrare l’altro più temuto, la cultura araba e la religione mussulmana, e trattarlo da uguale. Guardare Israele negli occhi significa rielaborare le nostre colpe e poter dire basta alla violenza, indipendentemente dai fini con cui la si decora o dalle fonti su cui si tenta di giustificarla. Alcuni piani di pace hanno colpevolmente dimenticato di prendere in considerazione e dirigersi ad una delle due parti; altri invece lo hanno fatto, richiedendo il medesimo sforzo, o addirittura il primo passo, a chi, nel modello di conflitto pensato da Pat Patfoort, si trova nella situazione minore. Al di là dello specchio ci sono responsabilità precise ed asimmetriche, forse addirittura inequiparabili. La giustizia non è uno schiacciassi, ma un insieme di valori e principi che si configurano e realizzano dentro precisi contesti e dinamiche. Non si tratta di adottare “due pesi e due misure”, ma di rendersi conto della complessità della situazione, fatta di precise differenze. Sulla base di questa considerazione, credo dovremmo chiedere di più, anzi esigere, ad un paese come Israele il rispetto effettivo dei Diritti Umani, la conquista più preziosa del secolo scorso, martoriato da Guerre Mondiali, fredde, umanitarie, di tutti i tipi, patrimonio dell’umanità, dovere di tutti, ognuno a modo suo chiamato alla loro realizzazione. Non possiamo accettare scuse infantili, “è stato prima lui”: riguardo all’implementazione dei Diritti Umani fondamentali vorremmo sentire “son stato prima io”!

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.